La schizofrenia (dal greco “schizo”, diviso, e “phren”, cervello) è caratterizzata dalla presenza di una forma dissociativa di alterazione del pensiero, con la rottura delle capacità funzionali di percezione della realtà ed elaborazione delle informazioni esterne. Tale situazione determina l’isolamento progressivo della persona e un disadattamento tale da rendere difficoltose le normali attività di vita quotidiana.

La malattia si presenta in modo progressivo con sintomi evidenti quali: stati di alterazione della realtà accompagnata da deliri e allucinazioni, regressione ed impoverimento dell’affettività, (il soggetto si chiude in se stesso, andando incontro a condizioni di autismo) e disfunzioni neuropsicologiche (disordine nel pensiero e nel linguaggio, diminuzione dell’attenzione, perdita della memoria, calo dell’intelligenza ecc.).

La schizofrenia può avere un esordio giovanile o manifestarsi in età più avanzata.
Può presentarsi in forma di episodi acuti o come disturbo cronico. Questo secondo caso è più complesso da gestire e difficile da trattare perché i processi di chiusura in se stessi, la perdita delle abilità di vita quotidiana e il disadattamento sociale, risultano radicati.
Per questa ragione, la diagnosi deve essere il più possibile precoce e basata sull’osservazione del comportamento (comparsa di atteggiamenti bizzarri, introversione, allontanamento dagli amici, ecc.) e sull’analisi delle esperienze soggettive (in particolare il vissuto nel contesto familiare e le dinamiche relazionali).

La schizofrenia richiede una presa in carico della persona a 360 gradi tenendo conto dei fattori biologici, psicologici e sociali.
L’obiettivo del percorso di cura è il recupero delle funzioni cerebrali e delle abilità di vita quotidiana, per restituire al paziente una vita il più normale possibile, attraverso un insieme di interventi terapeutici integrati tra loro (farmacologico, cognitivo comportamentale e psicodinamico) volti a riattivare tutte le abilità che il processo di desocializzazione ha determinato.

Nell’immaginario comune rappresenta la patologia psichiatrica per eccellenza; lo schizofrenico, infatti, in passato era identificato dalla società come un “matto”, semplificando una condizione in realtà più complessa. Oggi si parla piuttosto di schizofrenie, proprio per la molteplicità di aspetti che questa malattia mette in campo. In passato veniva considerata di natura endogena (ovvero innata).
Oggi si tende a considerare la persona come entità evolutiva, in cui tutto il complesso dell’esistenza reagisce costantemente con l’ambiente.
Nell’equilibrio/sbilanciamento fra predisposizione neuropsicologica e fattori stressanti o protettivi (famiglia, società, educazione, ecc.) si ha la determinazione di fenomeni schizofrenici.

Dal punto di vista biologico, grazie alle nuove ricerche scientifiche, sono stati individuati nuovi neuromediatori che richiamano l’attenzione sull’uso degli psicofarmaci.
Lo studio biologico della schizofrenia parte proprio dall’analisi dei farmaci nelle loro modalità di reazione con i neurotrasmettitori (si parla di linea dopaminergica) che possono essere coinvolti in questo fenomeno.
Da notare però che i farmaci non rappresentano una terapia sufficiente se non accompagnati da interventi terapeutici di tipo relazionale e psicodinamico.

Cosimo Argentieri

Psichiatra

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